"...io, ...cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, io, tirato su a castagne e ad erba spagna, io, sempre un momento fa campagnolo inurbato, due soldi d'elementari ed uno d'università, ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà ..." (Addio, F. Guccini)

01 aprile 2010

Ricordiamoci di non dimenticare....


La leggenda calcistica peteciana - nei miei labili ricordi – dovrebbe iniziare nella primavera del '57 o del '58. Di sicuro era l'anno della prima comunione delle classi 1948-49. Una "primitiva" squadra peteciana formata dai mitici Bruno Bigon, Zi Mario de Pipperocco, Aquilino della Postina, Umberto de Cencio, Mario e/o Ezio de Brunetto (?), tale Franco (de Peciaru?!) che abitava a llù Vicinatu, Boschetto, Franco de Zerferino, Marino de Casianu, Mazza (?), Sagnò (?), Sheridan (?) e quillu che poi sarrrìa diventatu Pimmitoru e ppoi Cornacchia (gli altri non me li ricordo....forse qualcuno può aiutarci a completare la "leggendaria formazione") doveva in(s)contrarsi  con un agguerrito gruppo de Peraforte.
Partenza a ppei dalla Piazza, subbitu dopu la seconda messa domenicale, alla volta dello "stadio" perafortano. Coloro che non avevano chiesto il permesso ai genitori, per evitare di dover rinunciare all’impresa, pigliaru subbitu la via della Mola (oggi facilmente individuabile con la modernissima segnaletica) con addosso li panni del dì di festa. Personalmente indossavo gl’abituccittu Principe di Galles e le scarpette mocassino bianco con fibietta che la domenica precedente avevano fatto la loro bella figura per la prima comunione. Un’inclemente pioggia ci accompagnò per buona parte del viaggio. Giunti all'appettata finale de Peraforte, per l'inzuppamento de lli panni e de lle scarpi èmmo salliti de pisu di 3-4 chili.
La (di)sfida ebbe luogo con notevole ritardo a causa dell'"incazzamento continuo" del padrone de llu spiazzu (lo stesso sito che qualche anno dopo accoglierà il palco  per annuali  sfilate di una nota pellicceria romana, con tanto di modelle e famose soubrettes del tempo) che, come mettevamo piede sul terreno, correva dalla vicina stalla brandendo minacciosamente ‘na forcina da stabbiu”. Finalmente, dopo una “diplomatica chiacchierata” tra il proprietario del fondo (mitico Elido) da una parte e Bigòn e Zi Mario dall’altra, qualcuno si infilò due dita in bocca e con il classico fischio da pecoraru diede avvio all'"amichevole" competizione.
La partita fu animata da lisci clamorosi, papere colossali, scontri rugbystici"dialettiche" discussioni su goal veri e presunti, ecc., ecc., ecc. Tutte cose di difficile narrazione anche per il più abile cronista sportivo. L'in(s)contro terminò anzitempo dopo un altrettanto "amichevole", quanto prevedibile scazzottata tra Bigon e Sauro,  estesasi subito alle rispettive “truppe d'assalto”. L’azzeccata ritirata verso la Mola evitò l’estendersi della "rissa" e una possibile “guerra” tra  Petecia e Peraforte!! Ciò nonostante, la secolare "amicizia" con i perafortani ci spinse a disputare altri mitici e “fraterni” incontri a lli Zengari con colossali bevute dall'indimenticabile "Assunta" (una seconda mamma per tutti noi che l'abbiamo conosciuta).
Successivamente, a Turania si formarono due squadre: quella della Piazza-S. Andrea (Freccia Volante) e quella della Portecchia-Cava (Folgore, il nome glielo diede l'allora "fascistoide" Mazza) che, per qualche tempo, diedero vita a memorabili incontri al prato di S. Giuseppe - naturalmente dopo la falciatura dell’erba e la trebbiatura del grano - e a ripetute fughe all'arrivo minaccioso del proprietario (....vi denuncio... vi mando in galera mascalzoni, delinquenti che non siete altro ...!!!) che però ‘n'aòta Bigòn stea a fionnà dentro a llu  puzzu. Ve llu recordete lu puzzu de  llu pratu de S. Giuseppe che se regghiembia de acqua piovana….? 
E’ bene ricordare, per dovere di cronaca, che già allora, le due squadre indossavano pantaloncini e magliette da calcio con tanto di stemma (co lle scarpi ognunu s'arrangea come potèa) acquistate anche con i proventi derivanti dalla vendita, ai "facoltosi villeggianti estivi", dei caratteristici "cestini de moriche " partoriti dalla “proverbiale genialità” del mitico Tenente Sheridan nostrano.
La successiva fusione tra la Folgore e la Freccia Volante diede vita  alla prima formazione calcistica “moderna” che, verso la metà degli anni 60, arrivò a disputare la finale di un torneo regionale nello stadio comunale del capoluogo sabino - anche per merito dell'innato savoir faire di Mazza (detto anche lu Palombaru) - Ad onor di cronaca va ricordato l'avventuroso viaggio di andata e ritorno della squadra e dei numerosi tifosi al seguito. Squadra e dirigenza a bordo di un furgone azzurro, senza finestrini laterali e con sedute traballanti di mezze palanche, affittato a uno spezzino di Colle di Tora (tale Armando). A fianco dell'autista sedeva il mitico  Pallucca, in illo tempore non ancora Libberu docente, ma già autoincoronatosi allenatore e direttore sportivo). La numerosa tifoseria, invece, era stipata nel cassone di un altrettanto famoso Tigrotto (o Leoncino?), occasionalmente e approssimativamente telonato al fine di occultare il prezioso carico di "bestiame umano" alla vista di eventuali e  curiose pattuglie di carabinieri disseminate lungo il non facile e tortuoso percorso (le strade non erano ancora del tutto asfaltate, almeno fino alla Salaria).
Tra la seconda metà degli anni '60 e i primi anni '70, il calcio estivo peteciano raggiunge  i massimi livelli del circondario (Orvinio, Vallinfreda, Vivaro, Collalto, Carsoli, Riofreddo, Pozzaglia). Quella nostra era sempre e comunque la squadra da battere e la quasi totalità dei peteciani seguiva e sosteneva con notevole entusiasmo e partecipazione i suoi beniamini. Buona parte dei calciatori di tutte le squadre militavano in campionati di prima categoria, promozione e serie D. Tutti cercavano di accaparrarsi i “pezzi” migliori, soprattutto in prossimità della mitica Coppa Meloni di Vallinfreda. Ricordo che in uno dei tanti tornei estivi si esibiva il meglio della serie D laziale, ma Turania vantava il calciatore più blasonato e più forte di tutti i tornei estivi, il goleador indiscusso e mai superato, l’uomo e l’amico indimenticato ed indimenticabile Claudio De Somma.
Claudio era entrato giovanissimo nella A.S. Roma del mago Herrera ed era considerato una sicura promessa del calcio romano. Dotato di uno scatto bruciante e di un tiro micidiale era il terrore dei portieri (solo chi ha avuto il piacere e la fortuna di allenarsi con lui sa quanto bruciavano le mani le sue “castagne”). Aveva un fiuto innato per la porta, si liberava con rapidità impressionante dei difensori per poi sparare un bolide alla Meazza che, spesso, piegava le mani ai malcapitati portieri.
Un perfetto "animale da goal” lo definì allora Robertino (Siesta per tutti, Garrincha per i più intimi. Amico, Fratello, Compagno insuperabile e mai dimenticato dei miei verdi anni, delle tante seghe a scuola, delle lunghissime nottate a scopone co llu Rusciu, lu Sergente Saccoccione e Ulisse - e di tante “battaglie” calcistiche. E, soprattutto, l'amico più generoso e altruista che abbia mai avuto).
La maggior parte dei successi, della squadra di Turania di quegli anni, erano e restano i successi di Claudio De Somma. Ma Claudio era anche un modello di vita, era portatore di bontà, umiltà e dolcezza incredibili per un ragazzone alto e robusto come lui. Sincero, semplice, genuino, spontaneo, intellettualmente onesto, amico fidatissimo, educato e rispettoso con tutti era diventato un riferimento per tutti coloro che lo frequentavano. Claudio era completamente innamorato di Turania e della sua gente, e tutti noi eravamo innamorati di lui. Di un amore autentico, sincero, vissuto, ricambiato in tutti i modi. Un amore così vero che nemmeno la crudezza del destino ha potuto scalfire in tutti questi anni.
L’ultima volta che lo vidi, qualche giorno prima della tragica scomparsa - 2 settembre 1972 (era nato il 16 dicembre 1950) - eravamo andati insieme a Pozzaglia per incontrare due amiche. Mentre le aspettavamo  mi disse di non sentirsi un granchè bene, di avvertire delle strane sensazioni di malessere (le stesse che avvertivo anche io...) e che forse avremmo fatto meglio a salutare le amiche e ritornare indietro. Così facemmo. A Turania mi salutò, come sempre con il suo grande sorriso, aggiungendo che sarebbe ripartito per Roma per non far preoccupare i suoi familiari e che presto sarebbe ritornato.
Purtroppo non lo rividi mai più!! E non potei nemmeno accompagnarlo nel suo "ultimo viaggio"!!
Seppi della sua incredibile, inaccettabile e inaccettata scomparsa qualche giorno dopo all’ospedale di Tagliacozzo, dove ero ricoverato per la stessa malattia che ce lo aveva portato via. Anche lui aveva bevuto, durante una partita di calcio,  l'acqua inquinata  del ruscello che costeggia il campo sportivo di Vivaro. Se ne andò silenziosamente (com'era nel suo stile) lasciando nello sgomento, nell'incredudilità e nel rimpianto  i familiari  e centinaia di persone che gli volevano bene veramente.
Quest’anno Claudio avrebbe compiuto 60 anni. Sono sicuro che insieme ai tanti altri amici e  compagni di gioco avremmo festeggiato con Lui alla grande! Magari insieme ad un altro 60enne: l’attore Ray Lovelock (19 Giugno 1950) che in quegli stessi anni trascorreva le vacanze estive a Turania, giocando anche alcune partite con la nostra squadra e con lo stesso Claudio.
E’ bene ricordare a tutti i peteciani, specialmente alle giovani generazioni, che Claudio De Somma era un "Grande calciatore" e un "Grande ragazzo" e che è morto per l’amore, la passione e il senso di appartenenza che lo legavano alla nostra comunità, pur non avendo origini peteciane. Lui giocava con la nostra squadra (trasgredendo a volte le consegne della sua società sportiva) semplicemente perché amava Turania e tutti noi!!!  Credo, allora, che dopo quarant’anni sia giunto il momento di rendere omaggio perenne ad un ragazzo e ad un atleta che ha voluto e saputo donarci tutto il suo amore e tutte le sue qualità umane e sportive.
 E' per questo che rivolgo un invito agli amministratori, alle forze politiche locali e, in modo particolare, a tutti i miei concittadini affinché  il doveroso conferimento della cittadinanza onoraria postuma e la dedica dell’impianto sportivo della Mola  a "Claudio De Somma", in occasione del sessantesimo della nascita,  diventino realtà e momento per ritrovare e rafforzare quello spirito di amicizia,  fratellanza e appartenenza di cui Claudio è stato portatore indiscusso.